Giocare alla guerra

“I’m frightened. Of us.”
—William Golding, Lord of the Flies

(“Ho paura. Di noi.”
—William Golding, Il signore delle mosche)

isola signore delle mosche
Immagine: “Lord of the Flies Island”, di Emperor Deathsaur (Own work), Licenza CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Come sempre di fronte a fatti come quelli di Parigi, le reazioni sono poche e prevedibili – dettate dall’istinto prima che da ogni altra cosa.

Di solito sono varianti di queste tre:

  1. Stabilire di chi è la colpa. Avere chiaro in mente un qualsiasi rapporto causa-effetto può dare un (illusorio) senso di controllo della situazione.
  2. Decidere quale sarà la risposta che “quelli si meritano”.
  3. Collegare l’evento a superstizioni di ogni tipo (Nostradamus ci aveva avvertiti!), preferibilmente idee che spaventino il più possibile – cui spesso è allegata la “lezione”: la morale che le storie più scioccanti servono a farci imparare. Di nuovo, focalizzarsi sul rapporto causa-effetto per sentirsi meno vulnerabili.

La prima cosa che è venuta in mente a me, quasi subito dopo, è stato l’abisso – di cui raramente ci rendiamo conto – tra il sentire parlare di qualcosa e il viverla.

Vale per tutte le storie che ci sentiamo raccontare – compresa la Storia stessa.

Quando si legge – quotidianamente – di migliaia di morti causati da catastrofi e guerre lontane da noi, non ci si sofferma a pensare che a quei numeri corrispondono reali esseri umani.

Giocare alla guerra è facile. Nella realtà, come nelle serie TV o nei videogiochi, gli spettatori che si credono protagonisti non si fanno nemmeno un graffio. E soprattutto non sono coinvolti direttamente nel dramma di chi la guerra la vive direttamente.

Ci sono persone che non hanno mai avuto problemi a guardare i film più violenti, ma che svengono quando si tagliano un dito.

Siamo in un’epoca in cui veniamo bombardati continuamente da informazioni come queste, e in tempo reale.

L’indifferenza per ciò che non tocca direttamente noi o le persone a noi più vicine sarebbe allora qualcosa di inevitabile – perché ci si “anestetizzerebbe”, anche solo per poter continuare a vivere una vita normale?

Può darsi.

Ma credo ci sia una differenza fondamentale tra il ragazzino che confonde le notizie reali con le trame dei film o delle serie TV e quello che decide, dopo una vita intera di “anestesia”, che certi morti contano molto di più di altri.

C’è chi addirittura chi dice che la guerra è un male necessario, che fa parte della natura umana, e che ci ha permesso di progredire fino al livello in cui ci troviamo.

Chi la pensa così, spesso, ha vissuto una vita in cui l’evento più drammatico è stato il non essere stato invitato a una festa o l’essersi fratturato il mignolo del piede a una gita scolastica.

Una persona a me molto cara, nel commentare i fatti più recenti, ha parlato di empatia – una reazione che diventa, secondo lei, inevitabile una volta che le tragedie di cui sentiamo parlare da sempre ci si avvicinano un po’ di più.

La reazione di gran lunga più prevedibile è invece quella più istintiva – quella dell’animale in trappola che lotta fino all’esaurimento delle proprie forze, anche se così la trappola si stringe sempre di più.

È questo quello che mi spaventa di più: la paura incontrollata.

Come tutti gli istinti primordiali legati alla sopravvivenza, la paura fa bypassare ogni ragionamento e può farci commettere le azioni peggiori.

Ma, soprattutto, rende la gente più controllabile. Non per niente “mettere paura” nel divulgare certe notizie è spesso il mezzo più efficace per ottenere il risultato voluto (fosse anche, che so io, un clic in più).

Se ci si fermasse a pensare – cosa non certo facile per chi è stato abituato a una vita facile e sicura – si potrebbe come minimo scoprire qualcosa di più del mondo che ci circonda, e così mettersi a cercare le alternative e le soluzioni migliori.

Nonostante l’ingenuità che tanti potrebbero vedere nell’idea dell’empatia che aumenta, altri in circostanze simili sono stati davvero capaci di superare la programmazione della “natura” e uscire dal circolo vizioso aggressione-rappresaglia.

Di solito – quando sappiamo qualcosa di loro – li definiamo eroi.

Immagine: “Lord of the Flies Island”, di Emperor Deathsaur (Own work), Licenza CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons