Gli Innominati

In uno dei miei racconti preferiti ci sono quattro o cinque righe che secondo me andrebbero incorniciate sopra il caminetto. O nel tavolino (al posto della) TV.

“Sua eccellenza … desidera parlare con te subito.”
“Ebbene?” L’altro lo guardò meditabondo. “Come mai è eccellente?”
“E’ una persona di importanza considerevole.” rispose Birthworthy. […]
“Di importanza considerevole.” fece eco il contadino.[…] “Cosa succede al tuo mondo quando questa persona muore?”
“Nulla.” ammise Birthworthy
“Continuerà a girare come al solito?”
“Certo.”
“Allora” dichiarò secco il contadino “Non può essere importante.”
(E.F. Russell, “… E non ne rimase nessuno”)

Ecco, questo riassume la mia opinione sull’argomento. Per me non esistono persone importanti, punto.

In effetti non ci sarebbe nient’altro da dire. Ma il fatto è che per me ogni occasione per ridere va colta al volo – e quando non c’è si inventa. O si guarda qualcun altro che ride e ci si fa contagiare, o ci si fa il solletico.

Insomma, il tempo che si passa a ridere non è mai sprecato.

Quindi, parlerò anche di loro. Le Persone Importanti, gli dèi in terra, le masse che curvano lo spazio-tempo facendo scivolare nella loro orbita satelliti su satelliti.
Una struttura che si ripete a tutti i livelli, un po’ come in un frattale: non importa a che scala lo guardi, avrà sempre lo stesso aspetto.

Un centro, e tanti puntini che gli ruotano intorno.

La regina del formicaio. Il piccolo re del quartiere. La celebrità della scuola. Il presidente. Il sindaco. Tutti essenzialmente uguali, da che mondo è mondo.

scacchiera
Quanto più piccolo è il quadratin in cui ci troviamo, tanto più grandi ci crediamo. Immagine: “Fibonachess” di fdecomite, licenza: CC BY 2.0

Ed ecco un loro tratto distintivo, uno dei più ridicoli.

Non so se considerarlo davvero tipico della specie, o se quelli che ho osservato erano casi isolati.

Fatto sta che sembra proprio che le Persone Molto Importanti non abbiano un nome.

Non serve. Tutti li conoscono, perché sprecare saliva? Basta incontrarli, avere la fortuna di parlarci, saltellargli intorno – e poter poi parlare di loro.

Perché diciamocelo, di cos’altro si potrebbe mai parlare?

Fin dalle scuole elementari impariamo che in molte frasi il soggetto è sottinteso.

Che so, se Pierino dice “Mamma, voglio il gelato”, non ha bisogno di specificare “io”; se indica un compagno dicendo “Maestra, è caduto e si è fatto male al ginocchio”, non ha bisogno di specificare “Paolino”.

Ecco, nel caso delle Persone Molto Importanti, il nome è sottinteso sempre.

Ci si riferisce a loro con frasi che hanno solo verbi e complementi – anche quando non sono le uniche terze persone singolari a compiere azioni nei dintorni.
Quando si affronta un argomento come questo, si pensa sempre in grande. Viene in mente il boss che tutti nel paese d’origine conoscono, per cui nessuno ha bisogno di nominarlo. Tanto, se fuori c’è il sole o se nevica, si sa già chi ne è il responsabile.

Ma io ho visto la stessa cosa anche a livelli infimi. Una volta, aspettando l’autobus, ho colto i discorsi di un gruppo di anziane signore che parlavano dei loro mariti:

“Si è svegliato presto, ieri”,
“E’ sempre al bar”,
“Ha voluto la bistecchina ai ferri”,
“Non vuole mai comprare la roba al mercato”,
“Eh, come la capisco, signora, in televisione deve guardare sempre il calcio!”

Per raccogliere le braccia a momenti perdevo l’autobus.

Ed è qui che la mia empatia con altri umani si  blocca (poi si mette una mano sul cuore e cade in coma).

Perché cavolo dovrei pensare costantemente a te, o peggio ancora ai dettagli della tua vita? Faccio già fatica a ricordarmi ogni giorno i fatti miei, a mettere in un ordine almeno comprensibile i miei impegni.

E in più hai tanti altri che ti pensano sempre, non ti bastano?

Sì, perché essendogli normalmente riconosciuto il ruolo di soggetto di ogni frase, è chiaro che ogni capobranco (/tribù/quartiere/famiglia allargata/mondo) si aspetta questo da tutti.

Se non lo conosci/riconosci/consideri al centro di tutto, devi avere tu qualche cosa che non va.

Anni fa l’amministratore delegato del posto in cui lavoravo si meravigliava ogni volta che non lo riconoscevo al telefono. Gli sembrava la violazione di una legge fisica, come se all’improvviso tutti gli oggetti di una stanza si ammucchiassero sul soffitto.

“Sono io.” si annunciava sempre, con una tale sicurezza.

“Io chi?” chiedevo.

Era divertente obbligarlo a identificarsi, usando una serie di sillabe che forse non gli capitava più di pronunciare da anni. Perché, credi forse di avere una voce unica al mondo? Non sai che spesso al telefono non identifichiamo nemmeno le persone più care – che a volte non riconosco nemmeno la mia voce, quando è registrata?

“Osserva quella miserabile creatura…. Egli stesso è tutto il suo Mondo, tutto il suo Universo; egli non può concepire altri fuor di se stesso: egli non conosce lunghezza, né larghezza, né altezza, poiché non ne ha esperienza … essendo in realtà Niente. Eppure nota la sua soddisfazione totale, e traine questa lezione: che l’essere soddisfatti di sé significa essere vili e ignoranti, e che è meglio aspirare a qualcosa che essere ciecamente, e impotentemente, felici.” (Edwin A. Abbott, Flatlandia)

Ebbene, sarebbe ora di scoprire quanto è vasto l’universo.

Vi è mai capitato di ritrovarvi in un mondo minuscolo – con tanto di Innominato?

Immagine: “Fibonachess” di fdecomite, licenza: CC BY 2.0

2 Comments

  1. La stessa cosa vale per l'istruzione e, immagino, per qualsiasi cosa che acquisiamo che abbia un minimo valore.
    Uno studio ha dimostrato che la bravura percepita va di pari passo con l'effettiva inesperienza. Un grafico mostrava proprio la correlazione tra il numero di risposte corrette previste e numero di errori. Risultava che i meno bravi erano anche quelli che si erano sovrastimati, mentre i migliori erano stati anche i più obiettivi, quando addirittura non si erano sottostimati.
    Quanto più "arrivati" ci sentiamo, tanta più strada c'è da fare.

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