Il senso della scala

Consider again that dot. That’s here. That’s home. That’s us. On it everyone you love, everyone you know, everyone you ever heard of, every human being who ever was, lived out their lives. […] The Earth is a very small stage in a vast cosmic arena.
— Carl Sagan, Pale Blue Dot: A Vision of the Human Future in Space, 1997

(Guardate ancora quel puntino. È qui. È casa. È noi. Su di esso, tutti coloro che amate, tutti coloro che conoscete, tutti coloro di cui avete mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito, hanno vissuto la propria vita. […] La Terra è un piccolissimo palco in una vasta arena cosmica).

Tempo fa, leggendo qua e là, ho trovato la seguente notizia: “L’Universo sta morendo, gli rimangono 100 miliardi di anni” (vedi, per esempio, questo post).

A parte il fatto che non si tratta di niente che non sapessimo già – come dire, non c’è niente di nuovo sotto il sole le stelle. Notizie come queste, o piuttosto il fatto che qualcuno si possa preoccupare dopo averle lette, sono un esempio di mancanza del “senso della scala”.

Una specialità tipica di tanta fantascienza, specie nel caso della space opera.

Non che sia necessariamente qualcosa di negativo – anche perché tutto dipende da quello che si cerca, in una storia e in un dato momento.

Per esempio, il posto che la space opera occupa nelle mie preferenze è almeno pari a quello occupato dalla “fantascienza hard“, esattamente come il fatto che mi piace tanto la pizza non mi impedisce di apprezzare la mousse al cioccolato.

Universi e civiltà tascabili

Percepire il senso dell’immensità, nello spazio e nel tempo, è qualcosa che ho sempre cercato. Per cui ho sempre apprezzato le storie che ottengono questo effetto – per quanto ridicoli possano essere a volte i risultati.

Imperi che si estendono per centinaia di migliaia di anni-luce nello spazio (abbracciando magari diverse galassie), pianeti come noccioline, civiltà che durano per miliardi di anni, processi esponenziali trattati come se fossero lineari, e così via, hanno ben poco non diciamo di realistico, ma anche solo di ragionevole.

E ancora, tecnologie e nomi di luoghi che cambiano poco e niente nell’arco di migliaia di secoli (come, ad esempio, Chicago che diventa “Chica” dopo 100.000 anni in Pebble in the Sky di Isaac Asimov), pianeti con una singola cultura e intere civiltà trattate come singoli individui (“Questo modo di schiarirsi la voce è così tipico dei [inserire qui nome della civiltà aliena]!”).

Per non parlare di quei mondi in tutto e per tutto analoghi al villaggio di Asterix (con tanto di capo, riunioni in piazza e votazioni per alzata di mano), dove naturalmente tutti conoscono tutti ed è uno scherzo rintracciare qualcuno che vi si fosse perso.

Ma torniamo al nostro Cosmo in fin di vita.

Eoni come noccioline

C’è chi si preoccupa davvero di che cosa mai faremo quando il Sole finirà l’idrogeno, o addirittura della morte termica dell’Universo, fino a chiedersi dove potremmo andare a trasferirci in questo caso (come in Mondi paralleli di Michio Kaku – che peraltro ho apprezzato tantissimo per altre ragioni).

Non so… è normale che io mi preoccupi che tra 10.000 anni, ovvero 100 secoli, un mio lontanissimo discendente si beccherà il morbo di Alzheimer, e nel frattempo rischio di farmi mettere sotto da un camion mentre attraverso la strada?

Be’, 10.000 anni – più o meno dalla cosiddetta età della pietra a oggi – sono solo un decimillesimo del tempo che “ci resterebbe”.

cosmic calendar
Immagine: “Cosmic Calendar”, di Efbrazil [CC BY-SA 3.0], via Wikimedia Commons. Ritagliata da P.L. Cartia
Ma forse a volte, soprattutto quando si tratta di grandi numeri, quello che ci manca non è tanto il “senso della scala” quanto la possibilità di comprendere sul serio, di visualizzare anche in minima parte le quantità (dimensioni, distanze, tempi) di cui stiamo parlando con tanta disinvoltura.

Un limite di tutti noi come esseri umani (e io non faccio certo eccezione, anzi!).

13.8 miliardi di anni sembrano pochi? Se dovessimo comprimere l’età dell’Universo dal Big Bang fino ad oggi in un anno (il Big Bang sarebbe avvenuto il 1 gennaio), la Terra si sarebbe formata a metà settembre e tutta la storia umana a partire dalla preistoria (primi utensili di pietra) sarebbe cominciata nell’ultima mezz’ora del 31 dicembre (vedi per esempio questa panoramica).

Eppure il tempo che resterebbe all’Universo è più di sette volte tanto.

Non posso fare a meno di chiedermi: cosa penserebbe un/a tredicenne se gli dicessi: “Stai per morire”?

“Come fai a dirlo?” chiederebbe, magari.

“Ti rimangono ancora alcuni anni di vita.”

“Davvero? E quanti?”

“Be’… circa 100“.

Nel frattempo, il fatto che stiamo andando arrosto in tempi leggermente più brevi e per motivi decisamente più prosaici è, al confronto, una bazzecola.

Vi sorprendete a pensare / sentite parlare spesso di spazi e tempi remoti come se fossero dietro l’angolo?

Collegamenti

Immagine: “Cosmic Calendar”, di Efbrazil [CC BY-SA 3.0], via Wikimedia Commons

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

l'Informativa Privacy


Place your text here


Ho letto e compreso i Termini d’uso, in particolare l'Informativa Privacy