Irraggiungibile

castelloFreddo umido. Si insinuava sotto la sottile barriera rappresentata dal vestito… o meglio da quello straccio in forma di vestito.
Line – Phylline – sospirò, in bocca un sorriso: il suo sorriso segreto. E un sapore agrodolce.
Cominciamo, si disse. Era rassegnazione? Doveva prepararsi.
Avanzò nell’oscurità, e incespicò più volte, tra le ragnatele sotterranee.
Si sarebbe mai adattata a quell’odore? Dopo un po’ però finiva sempre per lasciarlo perdere. Veniva – come dire – relegato in un angolo della coscienza.
Aspetta, come lo si può definire? Muffa, soprattutto. Quella predominava, e poi c’era di sicuro qualcosa di marcio. Chissà, magari le bucce di qualcosa…
L’umidità: pazzesca. Penetrava fin nella profondità delle ossa.
Ecco, era questo che la rendeva più cosciente della realtà intorno a lei.
Più delle immagini, tutte in un certo senso uguali – anche quando il sole splendeva aggressivo. Più dei colori e più di qualsiasi altra sensazione tattile. Più della stanchezza datale dalle ore di duro lavoro e dalle botte che la sera prima aveva ricevuto per mano della cuoca. Sì, perfino più di quelle botte.
Sorrise appena. Gli odori ti sanno immergere nella realtà come nessuna di queste altre cose può fare.
Ma lei, nella realtà, c’era davvero?
La sfiorava, forse.
Ma quando aveva avvertito quel profumo… quella volta in cui aveva varcato la famosa porta per ritrovarsi nientedimeno che a Corte –nella vera Corte cioè, dove i pavimenti erano così freddi, lucenti da potercisi specchiare – là nessun cattivo odore sarebbe potuto arrivare.
Là c’era solo profumo di fiori, accompagnato al massimo dalla lieve presenza del sudore , sullo sfondo – come a ricordare che anche loro, i più grandi signori, erano dopotutto dei mortali.
Non era facile tenerlo a mente, però.
E poi chi era mai lei, Phylline che tutti chiamavano semplicemente Line – quando la chiamavano, cioè, con un nome?
Il più delle volte non serviva nemmeno.
Un cenno, un lieve verso, come si fa con gli animali. Del resto, lei lo sapeva benissimo cosa doveva fare, e non c’erano molte variazioni nei suoi compiti giornalieri.
Serviva veramente a qualcosa che lei ci fosse davvero – , in ogni momento? E se lei non ci fosse stata, se ne sarebbe mai veramente accorto, qualcuno?
È vero, la presenza dei servi tante volte viene data per scontata. Ma poi, se uno che ha un un incarico in un certo momento non compare, la sua assenza viene notata, eccome.
Certo però nel suo caso, la cosa sarebbe stata un po’ diversa.
Lei era solo Line, e Line non era che una delle varie sguattere che non dovevano far altro che pulire o sistemare dove le altre non avevano potuto o voluto pulire o sistemare.
E non si trattava certo di cose di importanza determinante: le cose che lei doveva pulire ogni giorno non sarebbero mai arrivate nemmeno a sfiorare quella Corte tanto splendente – di cui non aveva intravisto che un vago riflesso quella mattina, e che riservava certi compiti solo a gente accuratamente scelta.
I piatti e le pentole, i pavimenti e le interminabili scale in cui rimbalzava l’odore dei cavalli, le scarpe e le calze… tutto questo serviva al massimo per altri servi – ben più importanti, che molto spesso venivano chiamati a palazzo.
In un certo senso, essere Line era un sollievo.
Essere nessuno non poteva mai rappresentare un rischio, mentre servire a castello lo era.
I signori tante volte sono imprevedibili. E se un certo giorno non c’è nulla che gli possa andare a genio, e uno capita lì proprio in quel giorno…
Nonostante tutto, però, era – come dire – strano, passare così inosservata.
Certo – come si diceva tutte le volte che andava a fare il bucato alla fontana grande, e aveva così l’opportunità di cogliere la propria immagine riflessa nell’acqua leggermente torbida – non ci si sofferma né ci si gira una seconda volta, di fronte a un rozzo grembiule e una larga casacca marrone… specie quando ci sono tante altre persone, perfino tante come lei, molto più gradevoli da guardare.
Line sospirò, e sorrise lievemente.
Non poteva stare tutto il giorno alla fontana, questo era chiaro. La cuoca, almeno lei, aveva notato la sua assenza il giorno prima, e oggi avrebbe avuto più bisogno che mai di tutte. C’era tutta quella verdura da fare…
Oggi. Oggi che Florinda…
Florinda.
Possibile che tra se e se la chiamasse così confidenzialmente per nome, come se fosse stata una sorella? Line ridacchiò. Non aveva ancora capito?
Ma è sempre vero per i personaggi troppo grandi. Sono così irraggiungibili per la gente comune da diventare come… degli dèi – dei simboli, più che delle persone in carne e ossa.
Quindi si acquisisce una… confidenza di fronte ai loro nomi, paradossalmente. Proprio perché sono così in vista, bene o male si arriva a sapere tutto di loro.
Phylline sospirò. Così in vista
Se un re è malato – se lei, Florinda, si fa un taglietto in un dito, tutta la Corte è in subbuglio.
Se Florinda sbaglia a parlare, se dice invitiamo il Personaggio Tale invece che il Personaggio Tal dei Tali, se dice sì invece che no, guerra invece che pace, o pace invece che guerra, è un bel guaio.
E quella volta che il Principe Federico era arrivato…
Che subbuglio c’era stato, lei poi era inciampata almeno tre volte, sulle irregolari scale di pietra e poi tra i sassi del cortile battuto dal sole – faceva caldo, e i suoi capelli erano diventati più che mai simili a degli spaghi appiccicosi…
Tutto per avere almeno un’idea del suo aspetto.
Da tutte le parti si parlava del suo fascino e dell’audacia del suo modo di fare, e del suo superbo portamento.
Se lo immaginava diverso. Ma certo non si può avere un’idea di qualcuno se lo si vede solo per un attimo. Di sfuggita.
Alto, rude. I lunghi capelli neri al vento, la barba lunga di qualche giorno. Selvaggio quasi.
Brusco, distratto.
Frettoloso, era in ritardo.
Si era girato verso di lei. Ma il momento che aveva passato a guardare il suo cavallo – che ancora il suo scudiero non aveva pensato di sistemare – era stato più lungo.
Pyhilline quasi era scoppiata a ridere, subito dopo che lui si era dileguato. Nervosismo, certo.
Federico e Florinda…
Florinda.
Lei. Come sarebbe stato essere lei?
Ma com’era strana l’idea di passare la propria vita a sognare di essere un’altra persona.
Persona. Non era questo il termine giusto – perfino l’idea era poco rispettosa.
Le altre, erano persone. Florinda era la Regina.
La Regina.
Nessuno al disopra di lei.
Nessuno.
Tutti dipendevano dal suo volere. Tutti e tutto.
E lei, Florinda, come si sentiva? Certo, non trascurata.  Assurdo. Line ricacciò in gola una risata nervosa.
Come ci si sente ad avere tutto il mondo – o quello che conta come il mondo, ai propri piedi? Se ne è mai, si riesce mai ad esserne del tutto coscienti? A viverla, quella situazione, come si vive la realtà?
Come Phylline. Perché tante volte lei non ricordava di essere soltanto Line. E incespicava per poter vedere da lontano un signore – come per constatare di persona che il suo sguardo seccato non si posa su di lei, ma è rivolto a un cavallo o un cane o un altro animale dietro di lei. E altre volte aveva colto la propria immagine sull’acqua, con i capelli che sembrano vimini punteggiati di terra e i vestiti che sembrano le bucce della frutta che ha pulito…
Come se si aspettasse qualcosa di diverso.
Le era venuta l’idea – pazzesca ma soprattutto immorale – che gli estremi si toccassero.
Che Florinda e Phylline fossero due facce della stessa medaglia.
Davanti alla montagna di roba da preparare – che sovrastava perfino la montagna immonda di stoviglie da lavare – ogni suo pensiero si arrestò.

***

Bisognava pulire. Scalfire da qualche parte quella montagna, che certo non sarebbe stata molto diversa quella sera…
Ma intanto i sussurri degli altri si sentivano sempre di più. Erano tutti sempre più eccitati.
Tra poco, tra poco…
“Tra poco” poteva voler dire anche tra una settimana.
Ma era lo stesso, perché non ne succedono mica tanti, di avvenimenti – o almeno di avvenimenti così importanti da includere nel loro vortice perfino loro, per il fatto che aumentavano le cose da pulire e i cibi da preparare.
Che strano, guardare la realtà dal suo punto di vista.
Serena. Era… sollievo? Assaporava tutte quelle sensazioni che pure la sfioravano appena.
Certo, perché lei era tagliata fuori perfino dalla cerchia, dedita ai pettegolezzi, costituita dalla fascia più bassa della servitù.
Lei e le altre sguattere erano ancora più in basso, occupavano il gradino più basso che esistesse nella scala sociale.
che gente schizzinosa si trova, quanto più si scende per quella scala! Tutti timorosi di perdere chissà quali privilegi o chissà quale immagine, se si dà troppa confidenza a qualcuno che si trova ancora più “sotto”!
Eppure nulla può essere paragonabile al senso di agio di quando ci si trova in fondo – e perciò non si può cadere, da nessuna altezza.
E Florinda questo non lo avrebbe mai saputo.
Florinda…
Florinda, la Regina. Florinda, il personaggio più importante che riuscissero a immaginare. Florinda, la bellissima. Florinda, di cui sussurravano tutte le voci.
Il suo nome echeggiava fin laggiù per via dell’avvenimento che ci sarebbe stato tra breve.
Il gran Ballo.
Ma Florinda era irraggiungibile. E il gran Ballo anche.
Anche se lei, vinta dalla curiosità, avesse commesso l’impensabile audacia di salire le scale di pietra, tutte fino alla cima, e poi di attraversare il cortile e di salire le altre scale, quelle colorate e lustre, fino a trovarsi addirittura nelle vicinanze…
E se poi, mentre nessuno guardava, fosse addirittura entrata a palazzo, come quella volta?
Ma sarebbe stata poi un’audacia? Ci avrebbe mai fatto caso qualcuno?
Ne dubitava. Rise, non poteva farne a meno. La solita risatina nervosa.
Ma nessuno l’aveva vista. Per fortuna.

***

Adesso era entrata a palazzo. Ma non perché lei non avesse saputo resistere alla tentazione. Semplicemente per un caso.
L’avevano chiamata. Così, semplicemente, senza spiegarle il perché.
Del resto, perché avrebbero dovuto fornirle delle spiegazioni?
A lei, a Line?
Semplicemente, la festa doveva essere davvero grandiosa, stavolta. Servivano più piatti, più bicchieri, più bacinelle per l’acqua, più sedie, più tutto.
Si erano dovuti richiamare tutti i servi, anche i più vecchi, e perfino della gente che non abitava a Corte, gente del villaggio. Così, alla fine, avevano chiamato anche loro, scendendo fino ad arrivare in fondo a quelle scale per chiamare con un gesto anche lei, Line.
Ed ora eccola lì. Ecco che aveva la possibilità che aveva sempre, per così dire, sognato… la possibilità, per quanto remota, di vederla, sia pure da lontano.
Florinda. Com’era? Come poteva essere, la Regina, il cui nome le aveva fatto compagnia per tanto tempo?
L’avrebbe senza dubbio riconosciuta, perché non importava in che modo si sarebbe distribuita la gente: lei sarebbe stata sempre al centro.
Ecco. Un lontano movimento. Al centro della folla festante. Un rapido apparire e sparire di leggeri veli color giallo acceso e rosa…
Un’apparizione senza volto, nulla di più.
E certo non poteva avere un volto per lei, per Line.
Anche se si fosse potuta avvicinare di più, lo avrebbe visto così di sfuggita da non poterselo conservare in mente.
Lei era la Regina. Rappresentava il paese, rappresentava tutti. Era un’immagine, un sogno, un idolo. Doveva essere così.
Irraggiungibile.
Qualcuno la colpì. Un colpo leggero sulle spalle. Ma la fece sobbalzare come se si stesse intrattenendo con pensieri proibiti. E forse, anzi sicuramente, quelli lo erano.
Ma del resto, quale cosa deliziosa non è proibita, e quale cosa proibita non è deliziosa?
“Avanti, cosa stai lì impalata con le mani in mano? Prendi quel cesto”, la incitò la donna. “No, quello, imbecille, cos’hai in testa? Su! Non sognare, e lavora!”. Le passò davanti ed entrò a piccoli passi nel corridoio che confinava – confinava! – col grande salone.
Line la seguì a capo chino. Non doveva pensare.
Ma era inutile. Dopotutto, non era lì anche per questo? Per vederla, fosse pure così da lontano?
Che sensazione avrebbe provato? Che sensazione?
Cedette alla tentazione. Si fermò. I suoi occhi si volsero in quella direzione.
Il salone era ampio. C’era tanta gente. Loro non potevano certo notare la sua presenza sottile, un’ombra dietro la porta – e magari, se anche l’avessero notata, non avrebbero pensato assolutamente a niente. E non sarebbe cambiato niente…
Sospirò. Era rassegnazione mista a sollievo, ecco cos’era.
Lei era invisibile, pur alla soglia di quel grande salone.
Il culmine della festa si avvicinava, e gli ospiti accorrevano, ricchi di inimmaginabile bellezza e tesi e negli abiti eleganti, morbosamente attratti verso un’unica direzione.
Esteriormente, l’immagine della felicità e della potenza e di quanto vi è di più desiderabile nella vita. Interiormente, attenti a controllare l’effetto della propria immagine a livello di ogni minimo gesto, fosse anche un respiro.
Come lo sapeva?
E Florinda… Là, in fondo, accanto a Federico, a sua volta circondato da una piccola folla di gente selezionata tra coloro la cui nobiltà era più pura.
Florinda, meravigliosa nel suo abito giallo splendente come di vita propria, che rideva, con una risata che sembrava un suono di piccole campanelle.
Lontana, e vicina al tempo stesso.
Vicina a tutti, perché quella risata in quel momento, pur così sottile, era il suono più importante della sala. Anzi, di tutto il paese.
Lontana da lei, da Line, come se si fosse trovata a mille miglia al di sopra della terra, e lei, Line, fosse stata ancora più giù, oltre le scale di pietra, a sentire l’umidità penetrarle nelle ossa.

***

“Basta, per ora!”
Gli occhi di Florinda lacrimavano, ma si trattava di quel misto tra riso e pianto che spesso caratterizzava la fine di quelle sessioni.

Fine estratto.


Troverai il seguito di questo racconto (e di altri) nella prossima raccolta. Sì, assieme ai racconti stessi (mi pare ovvio 😉 ).