La trottola dei ricordi

Ruote libere e spirali impazzite

Ho sempre immaginato il tempo come una spirale. (Perché? Ha qualche base solida, anche remota? No. Solo perché mi andava di farlo).

orologio infinito
Immagine: Tunnels of time, di fdecomite, licenza Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

Quello che segue è il genere di idee demenziali e riflessioni a ruota libera di chi osserva per troppo tempo una trottola che gira – con le spirali che apparentemente si vanno avvolgendo per poi sparire.

I miei ricordi, e quelli delle persone che conosco, sembrano disposti così, a spirale.

Quando avevo tre anni, “domani” era immerso nell’eternità, faceva parte del futuro remoto.

Un giorno non passava mai: lo percepivo pressappoco come ora percepisco un mese.

Adesso è inutile dire che i mesi volano e gli anni spariscono.

Ricordo che secondo mio nonno, nel 2010, quel certo film (uscito negli anni ’50) l’avevano fatto “vent’anni fa”, e la sua casa (comprata nel 1985) aveva forse 6 o 7 anni.

Evidentemente, man mano che questa specie di nastro trasportatore gira viene risucchiato (proprio come una spirale scaccia-zanzare girevole), mentre noi gli carichiamo sopra le nostre valigie di sensazioni e pensieri. E si conserva il momento angolare.

Oppure ognuno vive nel disco di accrescimento di un proprio buco nero personale, per cui se si è più vicini al centro si fa e si pensa in dieci anni quello che gli altri fanno e pensano in un giorno.

Se lo spazio preso da ogni ricordo è così variabile, quando si è piccoli gli anni sono i giri più esterni, lunghi, della spirale. I giorni e i mesi sono ricchi di avvenimenti e sensazioni e non passano mai.

Immagine: Mondes multiples, di fdecomite, Licenza Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

Quando c’è tanto spazio in memoria, la mente viene riempita come si fa con un computer nuovo.

Colori, profumi, suoni, tutti immagazzinati nei minimi dettagli. Immagini con definizione massima, canzoni, giochi, e quant’altro che si portavano via GB dopo GB di spazio, fino a occupare disinvoltamente un TB dopo l’altro.

Quando è tutto nuovo, poi, è ancora lontano il giorno in cui si farà fatica a gestirlo.

Più tempo passa più i giri sono corti e veloci, e forse – all’età a cui è arrivato mio nonno – tutti i ricordi più recenti sono sono zippati.

In futuro forse, chissà, potremmo imparare davvero a comprimere i ricordi, o – meglio ancora – a liberarci della zavorra.

Nel mio caso, non vedrei l’ora di buttare nel cestino la maggior parte di quello che definisco “materiale di riempimento” (per essere educati), dalle pubblicità alle chiacchiere. Cose che a volte tornano in mente in tutti i loro inutili dettagli, impedendo magari al materiale necessario di stiparsi come si deve.

Anni da gustare

Quindi, come ci si può capire veramente con qualcuno che non ha la nostra stessa età? Non stiamo usando la stessa unità di misura, è chiaro!

In particolare, l’espressione “tanto tempo fa” sembra sempre equivalere, più o meno, alla durata della vita di chi sta parlando.

Prima della nostra nascita si ha la storia passata, dopo è tutta storia contemporanea.

Se l’unica unità di misura riconosciuta fosse una percentuale dell’età e non una porzione della spirale, una volta fatte le opportune conversioni ci si capirebbe.

Per esempio, “l’altro giorno” potrebbe voler dire “10 anni fa” per un sessantenne, e “l’anno scorso” significa “nella notte dei tempi” per uno di tre anni.

In prima elementare, la mia merendina preferita era un rotolo farcito – e ricoperto – di cioccolato. Allo scoccare dell’intervallo mi dedicavo al piacevole compito di srotolarla, per gustarne uno strato dopo l’altro più con la vista che con il palato.

La grande scoperta, in quel caso, è stata che man mano che la spirale veniva svolta c’era sempre meno pan di spagna, finché, al centro, non rimaneva nient’altro che un nucleo di cioccolato.

Che sia così anche con le proverbiali cose-che-contano?

Cenone di ricordi

Sì, i mesi volano. Gli anni spariscono.

E siamo di nuovo a Natale.

La lingua batte dove il dente duole. Natale, che per me – fino agli undici-dodici anni – era una festa intrisa di magia e cose belle.

Immagine: Presepe, di P.L. Cartia

Adesso faccio concorrenza al Grinch (ma senza atti vandalici, perlomeno).

Ho capito che per me, in passato, era bella soprattutto l’atmosfera del Natale (lo so che ho scoperto l’acqua calda, ma per fortuna il tale che l’ha scoperta non l’ha brevettata – così chiunque può farsi un bel bagno senza farlo arricchire smisuratamente).

Ecco cosa si salverebbe ancora, per quanto mi riguarda. Come tutte le altre “magie” della vita, il Natale ha valore più che altro per la possibilità di creare dei ricordi.

Lo scopo non è di scambiare regali, ma di rendere più felice qualcun altro (me, per esempio :-)).

O meglio, a parte gli scherzi, quelli che sono più sfortunati di noi.

Di imprimere nella memoria la gioia e il divertimento – anche con le cose più stupide.

Nel 2008, per dire, abbiamo improvvisato un coro cantando (con risultati eterogenei) canzoni natalizie inflazionate. E senza aver bevuto niente.

Ci siamo divertiti un sacco.

Che regali ho ricevuto? Boh.

Cos’abbiamo mangiato? Non mi ricordo (anche se ricorderei di sicuro il fatto di aver mangiato qualcosa di buono, se fossi stato un senzatetto. Ma il punto è proprio questo).

Il fatto è che, ormai, in me la nausea per il junk food mentale – pubblicità, luci, centri commerciali con la musica che stordisce, corse frenetiche, pacchetti superflui, frasi fatte e convenzioni sociali – ha raggiunto un punto limite.

Ho bisogno di cibo sano.

Cibo sano per la mia memoria.