Lo spirito del Natale passato

albero di Natale

Din don dan, din don dan, che felicità! Il Natale passerà, tutti buoni renderà!

Eh, sì, tutti buoni. Non per niente abbiamo pensato agli auguri, fatto le nostre brave donazioni, reso più felici gli altri con un sorriso e via dicendo.
Abbiamo detto buone feste perfino a quel negoziante che ci sta antipatico, e quello ha (perfino) risposto “anche a voi!”.
Però chissà perché siamo anche un po’ più stanchi. E dire che c’è ancora il Capodanno…
Ahimé, dove ho lasciato parcheggiata la macchina del tempo, non trovo più neanche il telecomando-acceleratore, quello che uso quando qualcuno mi intrappola con le sue chiacchiere…
Non so. Sarà che per me il Natale-com’era-una-volta è l’unica cosa del passato che preferisco.
Chiunque mi conosca anche solo di striscio sa bene che detesto quasi tutte le tradizioni e in generale quello che è antico, che a scuola odiavo studiare storia, che “mi proietto” sempre verso il futuro.
Un futuro da fantascienza, magari ingenuo e irreale. Ma non più di quanto sia ingenuo e irreale il passato di tutti quelli che rimpiangono i “bei vecchi tempi”, che, da che mondo è mondo, sono sempre esistiti prima d’ora.
Quando dico “Natale del passato” non mi riferisco solo al passato molto recente – ovviamente la mia infanzia (quel magico periodo tra sogno e realtà in cui il Natale era il periodo più affascinante dell’anno).
Mi riferisco a quel passato mitico dei villaggi sperduti, delle casette coperte di neve con le finestrine illuminate dalle candele, dei dolci poveri fatti in casa e delle storie raccontate attorno al focolare. Degli alberi decorati con la frutta e dei bambini che sgranavano gli occhi quando si tiravano fuori le noci. Di quell’uomo molto buono che andava in giro lasciando regali anonimi davanti alle case dei bambini più poveri (sarà pure esistito qualcuno del genere qualche volta nella storia, spero. Non posso credere che sia solo merito della Coca-Cola).

Immagine: “Al tramonto”, da Pixabay.com
Licenza: CC0 Creative Commons

Per me è questo il Natale. Vado in crisi invece quando scopro che per la maggior parte delle persone le feste si riducono ai regali, o addirittura al mangiare.
Non che i regali li disdegni, è chiaro. Ma per rendere il Natale davvero Natale, mi manca qualcos’altro.
Da un po’ di anni mi gira in testa questo bizzarro ragionamento.
I nomi e le cifre che seguono sono inventati, ogni riferimento è puramente casuale, ecc. ecc.
Anzi, cambio addirittura luogo e valuta così stiamo più tranquilli.
Poniamo che Franz, uno studente che intende passare le feste a Berna con la sua famiglia, possa permettersi di spendere al massimo 50 franchi per ogni regalo (dopotutto in famiglia sono in sette e lui non naviga certo nell’oro).
Bene, quindi Franz spenderà in tutto 300 franchi.
Adesso mettiamo che ogni membro della famiglia sia più o meno nelle stesse condizioni, con una possibilità di spendere nello stesso ordine di grandezza. Per semplicità, ammettiamo quindi che ognuno spenda 50 franchi per ognuno degli altri.
Quindi, la situazione entrate-uscite di Franz è la seguente:

Regalo per papà: – 50 franchi
Regalo per mamma: – 50 franchi
Regalo per Hans: – 50 franchi
Regalo per Berta: – 50 franchi
Regalo per Johannes: – 50 franchi
Regalo per Liza: – 50 franchi
Totale uscite = – 300 franchi
Regalo ricevuto da papà: + 50 franchi
Regalo ricevuto dalla mamma: + 50 franchi
Regalo ricevuto da Hans (che tra parentesi manco mi è piaciuto): + 50 franchi
Regalo ricevuto da Berta: + 50 franchi
Regalo ricevuto da Johannes: + 50 franchi
Regalo ricevuto da Liza: + 50 franchi
Totale entrate + 300 franchi
Bilancio di Franz 0 franchi

Certo, sarà pure una situazione semplificata, ma – franco più, franco meno – il principio rimane. E la conclusione mia è questa: è chiaro che non si ricava (né si perde) niente di materiale, con i regali.

Certo, la soddisfazione di aver fatto il regalo giusto alla persona giusta, il piacere di vedere i suoi occhi brillare quando scarta il pacchetto ecc. ecc. non hanno prezzo. E così, se è per questo, la gioia di scoprire che una persona abbia pensato a noi più con il cuore che con il borsellino, dandoci quello che più desideravamo.

Ma è esattamente questo il punto a cui volevo arrivare. Il vero valore dei regali non ha niente a che vedere con i soldi.

In effetti, viene da pensare, visto che il bilancio di Franz resta comunque a zero, avrebbero ottenuto tutti lo stesso risultato spendendo 5 franchi per ognuno, oppure regalandosi mele caramellate e dolci allo zenzero.

La situazione è identica solo in apparenza. In effetti è uguale solo dal punto di vista economico, ma ci avrebbero perso in stress e guadagnato in qualcos’altro.

Togliendo il traffico di regali, feste e pranzi, quello che rimane è secondo me molto più prezioso.

Rimane tempo per guardarsi in faccia, per stare seduti vicini e scherzare e raccontarsi aneddoti interessanti e conoscersi meglio. Per stare in silenzio davanti alla finestra e guardare fuori le luci tenui delle casette lontane e quelle, apparentemente più vicine, delle stelle.

 Immagine: “disegno di Natale” di P.L. Cartia