Mai usato

tavolo con sedie
Immagine di “kabaldesch1”, su Pixabay, licenza CC0.

Cucine: nuovi arrivi. Soluzioni personalizzate, prezzi imbattibili.
Idee preconfezionate. Gigantografie di famiglie sorridenti con bambini perfetti. Manifesti costellati di colori, prepotenti nella loro allegria.
Sullo sfondo, le nuvole risaltano nel cielo turchino – quello reale, più bello delle pubblicità stavolta.
Bea sospira. Un tempo come quello sembrerebbe suggerire una gita in campagna.
Invece il viavai di gente c’è sempre, come in tutti i fine settimana. La folla converge in pochi punti strategici, in un moto solo apparentemente casuale. Le poche deviazioni, come i piccoli gorghi di un grande corso d’acqua, non contano.
Tutto il paesaggio ne risulta stravolto.
“Che paesaggio, Bea?” ha chiesto una volta Fede. Lei lavora al secondo piano, quasi sempre incollata al computer a progettare soluzioni per cucine componibili.
“Ah, sì. Dalla tua finestra!”
Fetta di paesaggio, si sarebbe dovuto dire, larga un metro per sessanta centimetri.
Arrivano sempre a gruppi, e c’è sempre qualcuno che viene ad affacciarsi dal corridoio dell’entrata principale. Chissà, si dicono magari,  forse un finanziamento con loro varrebbe davvero la pena. Così non ci penso più per un po’. Si può partire a pagare dall’anno prossimo, a interessi zero, e nel frattempo… Devo pensarci. Devo parlarne con lui (o con lei). Ma sì, si può fare. Ma no
Forse c’è il tempo per un caffè, si dice Bea, mentre l’ennesima famigliola le sfila davanti.
Gambe sottili foderate di jeans e tacchi scomodi che martellano il pavimento a ritmo con la discussione – ecco la proprietaria della zaffata di profumo, che si tira dietro una bimba che cammina trascinando i piedi. Ciocche di capelli biondo scuro sulla faccia sudata, appiccicosa di lecca-lecca: “Mamma, andiamo a casa!”
Lui, ancora più impaziente, è già a quattro metri di distanza e dà risposte brevi come gli scatti felini che le suole di gomma gli permettono.
“Aspetta almeno di vederle, e poi ne puoi parlare!”
“Me le immagino già, e poi una cucina con isola centrale non se ne parla neanche.”
“Mamma, ho sete!”
“Perché è da escludere in partenza!”
“Ma se non le hai neanche viste – muoviti, Lia! – quindi come fai a dire che… È questo che mi fa arrabbiare!”
“Non ci sarebbe lo spazio per respirare, e lo sai benissimo!”
“Se avessi visto com’è a casa di Barbara…”
“Barbara ha almeno tre metri quadrati più di noi, nella sua cucina!”
“Mamma, uffa, mi fanno male i piedi!”
“Non è vero, non saranno nemmeno – Lia, basta capricci o niente gelato! La cucina di Barbara è quasi come la nostra!”
“Patti, per favore…”
La scena sfuma in un’altra, molto più animata.
Si tratta di un gruppo numeroso, che attraversa quel tratto di corridoio, si potrebbe dire, assaporando ogni passo e ogni parola.
Bea conosce i tipi: gente che evidentemente non ha nient’altro di più interessante da fare, e che uscirà al massimo con il catalogo e qualcuno di quei piccoli accessori che “servono sempre in una casa”. Sono qui soprattutto per passare un pomeriggio diverso, e si fermano praticamente davanti a qualsiasi cosa.
“Ehi, l’hai visto quel paralume?”
“È come quello della Sara, solo che lei ce l’ha sul verdino, tutto a righe…”
“Ma poi che fine ha fatto, allora, quel ragazzo?”
“Chi? Il nipote, quello che…”
“Guarda che bel portacandela!”
“Di sopra ce ne sono altri… questi qui sono solo esposti.”
“Il nipote lavora… in Inghilterra, mi sembra.”
“No, in Francia. Quello che c’era l’altro giorno, invece…”
“Ma no! Guarda che bello, il cuscino adattabile che si attacca con il velcro! Questo lo devo prendere!”
“E poi, ti dicevo, da quando è arrivato non ha fatto altro che dormire… era in vacanza, no?”
“Sapete, hanno scoperto che, se si dorme con la testa rivolta verso Nord, il sonno…”
Una delle signore, quella che si era soffermata ad ammirare il paralume e perciò era rimasta un po’ indietro, si gira di scatto: ha visto Nanni, che sta ancora russando su uno dei letti.
“Ma che fa quello?”
Le altre due amiche si voltano a guardare.
“Chi?”
Una di loro si ferma.
Questo basta a far fermare altre due persone vicine.
La maggior parte prosegue per la propria strada. Evidentemente ha registrato nella propria mente un’immagine che si cancella subito.
Non è qualcosa di veramente importante.
“Sarà un impiegato… uno che lavora qui.” risponde uno di quelli che si erano fermati, liquidando subito la faccenda, e va avanti per la sua strada.
Un’altra signora si ferma e punta l’indice nella sua direzione. “Che ci fa sul letto, non si possono toccare i mobili esposti!”
Ma l’uomo che la accompagna tira dritto senza nemmeno rispondere.
“Ah, parla di Nanni!” risponde al posto suo Luca, quello nuovo che hanno assunto giù al magazzino, con voce inespressiva ma con occhi che brillano di divertimento.
“Nanni è di casa, qui.” gli fa eco Mirko, appena arrivato per il turno delle 2. Ridacchia.
“Come sarebbe?” insiste la signora, ma già Mirko si è dileguato.
“Nanni? Chi è Nanni?” sta chiedendo una della comitiva, che procede sempre a passo lentissimo.
“Mai sentito prima? Lui… praticamente sta sempre qui.” risponde uno dei suoi amici.
“Che significa?”
“Lui vive qui.”
“Un…” La signora prende fiato. “Un senzatetto?”
“Scherzi? Nuota nei soldi come io potrei nuotare in piscina – ché neanche al mare sono riuscito ad andare, tra l’altro, l’anno scorso. Fa come quello là, Paperino… quello che si fa i tuffi nelle monete d’oro.”
“Paperone.” dice un altro amico.
“Paperone, ecco. Ma davvero non sai chi è?”
“Quello dei fumetti?”
“No, lui”. L’uomo indica Nanni, che si sta stiracchiando nel letto mentre una delle coperte scivola a terra.
“Uno degli azionisti più importanti.” risponde un altro della comitiva, e fa un cenno che include tutto quello che li circonda. “Possiede almeno un quarto di tutta la baracca.”
“Davvero?”
Le signore lo guardano a bocca aperta.
“Ma sentilo, come parla.” dice invece uno degli altri. “Ne leggi di fumetti, eh, Gigi?”
La comitiva si è già allontanata in direzione del reparto tappeti. Le loro voci si smorzano.
Anche gli altri curiosi, dopo il primo istante, finiscono per passare ad altro.
Un fatto, quando è veramente strano, non può stare sotto gli occhi di tutti – impiegati compresi – senza che nessuno ci faccia caso. Così, deducono evidentemente quasi tutti, la questione non è davvero importante.

***

Nanni si sveglia poco dopo e come sempre indugia, in pigiama, sdraiato sul letto ancora disfatto.
Finalmente, quando gli pare opportuno, si solleva sui gomiti e spinge via cuscini e coperte. Questo non manca di suscitare, di nuovo, un momentaneo interesse nei clienti che passano da lì.
Ma la stragrande maggioranza della gente, e soprattutto gli impiegati, lo ignorano completamente. E questo toglie ancora una volta qualsiasi importanza all’accaduto, eliminandolo dalla memoria di chi ha più fretta.
“Guarda, è andato di là… in cucina.” commenta un uomo, rivolgendosi al bambino che tiene per mano.
“Cosa fa, apparecchia la tavola?” chiede il bimbo. Lo guarda fisso e sorride.
“Sembra di sì…”
“E poi deve fare colazione?”
“Certo.”
“Ma dai, papà, non si può!” protesta il bambino “Quella cucina non funziona davvero, è una cucina esposta!”
“Be’… non lo so”, non trova niente di meglio da rispondere il padre. “Andiamo, che abbiamo tante altre cose da fare.”
Si allontanano. Nanni sospira e sorride appena. Ogni giorno così.
Meglio del vuoto nella sua mente.
Si alza e si veste. Si gira verso lo specchio del vestibolo che confina con la camera da letto, quello appena arrivato.
È ancora lucido, senza una ditata. Riflette la gente che passa (alcuni, ovviamente, si soffermano a guardare) e gli altri mobili esposti.
E la sua faccia. La sua solita faccia – quella non si può cambiare. Non basterebbe nessuna chirurgia a cancellare la stanchezza dai suoi occhi.
Nanni passa le unghie sullo specchio. Appoggia completamente la mano: ora ci sono le sue impronte.
È ora di lavarsi. Prende un accappatoio tra quelli esposti e strappa via la plastica della confezione. Si incammina verso il bagno di sotto, dove danno le dimostrazioni sul funzionamento delle docce.
Poi, il caffè. Dovrà farsi portare il vassoio con la tazza e il piatto dei biscotti in una nuova camera da letto. Peccato, questa aveva un tavolino carino, quelle nuove dall’altra parte hanno dei comodini troppo piccoli.
Ma ormai lo specchio l’ha toccato. E il bicchiere d’acqua di questa notte ha lasciato un’impronta bagnata sul comodino.

***

Nanni vive qui da qualche settimana. O forse da alcuni mesi. O anni. Il tempo non lo può misurare, perché sta a contatto soltanto con cose nuove. Così quando il tempo passa l’unica cosa a logorarsi è il suo corpo.
Non vive più in casa. Le case si usano, e tutto quello che si usa si deteriora. E l’unica cosa che si accumula sono i ricordi. Una casa come la sua è per i vecchi che non hanno che il passato.
Nanni vuole il presente.
A voler vivere troppo in fretta, la vita si consuma.
Giulio voleva vivere tutto, e subito. E ha finito la propria vita a diciotto anni in un ospedale, trafitto dai tubi che sembravano succhiare via quello che rimaneva del suo sangue. Overdose. Non gli era rimasto niente da provare, e non potrà assaporare più nessuna sensazione.
E le relazioni si consumano allo stesso modo – le persone se ne vanno. Come Rita, cinque anni prima. O forse dieci.
La casa dove aveva abitato Nanni era rimasta indietro.
Era convinta, quella casa, che ci fosse ancora Rita – che correva da una stanza all’altra con il telefono in mano, lasciando in giro borse e scarpe. Che i suoi piedi nudi gocciolassero e lasciassero impronte sul pavimento, tra il bagno e la camera da letto, dove tutti i suoi vestiti erano stati tirati fuori dall’armadio del disimpegno – per essere provati davanti allo specchio più grande sotto la luce giusta.
Era convinta addirittura che ci fosse ancora Giulio, per buttarsi sul letto e farlo scricchiolare o riempire le stanze con gli accordi della chitarra elettrica. Come se i suoi libri di teoria musicale fossero ancora sparsi a terra, in mezzo a patatine, biscotti e bottiglie di birra vuote.
Questo perché le stanze erano sempre quelle.
Nanni aveva pensato che bastasse cambiare casa, e ne aveva comprata un’altra, altrove. E poi un’altra, e un’altra ancora.
Ma ovunque succedeva lo stesso. Il tempo che voleva fermarsi, e si attaccava agli oggetti.
Gli oggetti che diventavano suoi. E la casa che diventava una parte di lui. Che si mangiava a poco a poco la sua vita.
La vita si deve sfiorare, se si vuole che duri davvero. Gli oggetti non si devono possedere, o saranno loro a possedere noi.
Tutto va usato, ma non più di una volta.
Tutto quello che circonda Nanni è nuovo, e così non ha avuto il tempo di attaccarsi a lui. Nanni così può andare avanti senza che più nulla si logori.

***

“Ciao.”
Una bambina lo sta guardando fisso. È entrata. Ha oltrepassato il confine tra corridoio e la sua stanza esposta. Non è un confine vero, è disegnato per terra. Ma le persone di solito non lo oltrepassano – non mentre c’è lui.
“Ciao. Dov’è la tua mamma?”
La bambina fa una smorfia. “Forse è ancora al secondo piano. Sta guardando i mobili delle cucine.”
Si gira a guardare lo sgabellino per i piedi, con il vassoio dei bicchieri.
“Ti sei persa?”
“No. Faccio finta, ma non dirlo a nessuno”. La bambina alza la testa per guardarlo di nuovo e aggrotta la fronte.
“Che cosa?”
“Ho detto che faccio finta. Come te. Io faccio finta di perdermi.”
“E perché?”
“Perché così la mamma si mette a cercarmi e deve far fare un annuncio al microfono.”
“Non si fanno queste cose. Se non ti sei davvero persa, devi andare subito dalla tua mamma.”
La bambina salta sullo sgabello.
“Vieni giù. Quello non si tocca.”
“Mamma ci sta troppo qui, quando viene a vedere i mobili. E poi lei e papà si mettono anche a discutere perché vogliono comprare cose diverse.”
“E allora? Perché dici che faccio finta di perdermi anch’io?”
“Ma no!” La bambina alza gli occhi al cielo. “Non ho detto che fai finta di perderti. Tu fai finta di abitare qui.”
Nanni si siede sullo sgabello, accanto a lei che adesso si è seduta per terra.
“Come ti chiami?”
“Lia. E tu?”
“Nanni.”
“Sei il nonno di qualcuno?”
“Per niente.”
“Peccato.”
“Perché ‘peccato’?”
Lia sorride. “La faccia da nonno ce l’hai. Non ce l’hanno mica tutti.”
“No?”
“No. Io per esempio non ho la faccia da bambina della mia età”. Il suo sorriso si affievolisce.
Nanni si gira verso di lei. “E questo chi lo dice?”
“Mia mamma. Dice che sembro una bambina piccola. E che per crescere devo mangiare tutto senza storie, e poi fare i compiti senza farmi aiutare.”
“Ha ragione.”
“I miei nonni non ci sono più.”
“Sono morti tutti?”
“No. Cioè due sì, sono morti, e gli altri due sono uno in ospedale e l’altra, quella che stava al mare, adesso ha una malattia che si chiama azzaimer e non sa più nemmeno chi sono.”
“È per questo che ti sei messa a parlare con me?” Nanni sospira. “Perché ho la faccia da nonno?”
“No. Tu forse sei simpatico.”
“Perché?”
“Perché fai finta che questa sia la tua casa. È una cosa che sembra un gioco.”
Nanni si alza e fa qualche passo verso il confine. Torna indietro e si ferma davanti a Lia. “Non lo faccio per gioco. Io ci vivo davvero, qui.”
“Non ci credo.”
“Non mi fare arrabbiare. Se dico una cosa, mi devi credere.”
“Ma non si può vivere qui. Questa non è una casa!”
“Lo so benissimo. Ed è proprio per questo che ci vivo.”
Lia lo fissa, con gli occhi sgranati. “Perché?”
“Non mi piace stare nelle case.”
“E perché?”
“Perché le case sono piene di oggetti che si usano sempre. Usandoli, si logorano.”
“Cosa vuol dire ‘logorano’?”
“Si rovinano.”
Lia lo sta ancora fissando. “Anche i mobili? Anche i muri e i pavimenti?”
“Certo. Tutto, nella vita, prima o poi si rovina. Io invece, vivendo qui, ho a che fare soltanto con cose nuove.”
“Ma non sono cose tue.”
“In parte lo sono.”
Lia si alza in piedi. “Ma se chiunque le può comprare! Basta avere i soldi!”
“Non mi interessa che chiunque le possa comprare. A me interessa soltanto poter usare cose nuove.”
Lia cammina accanto al letto. Ci sono cinque strisce di pavimento che presentano le tonalità dei diversi tipi di parquet e come si abbinano con quella camera, e lei passa dall’una all’altra senza posare i piedi sul resto del pavimento.
Si sposta più in là e con piccoli salti avanti e indietro percorre il confine tra la stanza in cui si trova Nanni e il mondo reale. “Perché vuoi usare solo cose nuove?”
“Perché così la mia vita è… come se si rinnovasse sempre. Capisci? Mi fa sentire meno vecchio.”
La bambina rimane ferma, seduta sul gradino della stanza esposta con i gomiti sulle ginocchia sottili.
Che caratterino! Appartiene a quel genere di ragazzini che sono piccoli e magri e che non stanno mai fermi. Con l’argento vivo, come dicono nei libri. Ha un gomito sbucciato, una calza abbassata e la maglietta sporca di gelato o succo di frutta.
Eppure è rimasta seduta, adesso, lo sguardo rivolto alle proprie scarpe.
“Ti sei addormentata?”
“No. Sto pensando.”
“Che cosa?”
“In estate la mia mamma stava per avere un bambino. Abbiamo comprato una cameretta e abbiamo preparato tutto, anche i giocattoli. Anche il carillon con le farfalle per farlo addormentare.”
“E allora?”
“E poi un giorno papà mi ha detto che la mamma era andata in ospedale per far nascere il bambino, ma si è scoperto che il bambino non c’era. Quindi è dovuta restare là per un po’ perché intanto si era presa la febbre. Ha detto che il dottore aveva sbagliato a dire che c’era, che era proprio stupido questo dottore.”
“Sì, sono cose che succedono.”
“Io non ci credo. Secondo me il bambino è morto. Non me l’hanno voluto dire, ma io l’ho capito lo stesso.”
“Oh, be’… Caspita, mi dispiace.”
“Non importa.”
“Ma perché mi hai raccontato tutto questo?”
“Perché il mio fratellino non è mai arrivato a casa. Lui non ha mai usato la culla, né i giocattoli, niente.”
“E allora?”
“Questo vuol dire non usare niente: non usare niente vuol dire morire.”
“Ma…”
“Io non voglio morire come il mio fratellino.” Sta guardando verso di lui con la fronte corrucciata, le mani sui fianchi.
Ha gli occhi lucidi? Forse è solo un riflesso della luce al neon.
“Io voglio giocare con tutti i giocattoli che ho, e anche con i suoi. Non importa se si rovinano. Io non voglio vivere per finta.”
Un salto oltre il confine, una corsa. Lia se n’è andata, perdendosi in mezzo alla folla.

***

Bea spegne il computer, mette a posto tutto e chiude la porta dell’ufficio. Deve passare a salutare Barbara e Fede prima di uscire.
Alla cassa 12, Lorenzo sta conteggiando la miriade di articoli presi dal gruppo rumoroso che lei ha incontrato prima.
Come, hanno finito adesso? Hanno passato qui praticamente tutta la giornata: evidentemente hanno mangiato in uno dei ristoranti del centro commerciale e il pomeriggio sono tornati alla carica.
Allucinante.
Lei che non vede mai l’ora che finisca il suo turno – che i week-end li passerebbe volentieri in montagna, o almeno fuori città…
Non passerebbe il proprio tempo in un luogo così nemmeno se non fosse sinonimo di lavoro. Non ha mai capito le donne che “fanno shopping” come svago.
Più indietro nella coda, la famigliola di prima. Guarda che coincidenza.
Ma succede spesso, in realtà – come se ci fossero solo delle dosi ben precise, preconfezionate di ore da passare nel centro commerciale: uno per ogni categoria di clienti. Questi appartengono alla categoria che la tira per le lunghe.
E in questo caso, di fronte a lei sfilano gli esemplari più ricorrenti di tale categoria: gli sfaccendati, in cui rientra tutta l’allegra comitiva, e gli eterni indecisi, come i genitori di quella povera martire di bambina, adesso appesa al braccio della madre come Tarzan starebbe appeso alla liana.
Bea ci scommetterebbe la testa: non hanno ancora deciso cosa comprare, né sanno di preciso perché sono venuti proprio qui.
Allucinante, appunto.

Fine estratto.


Troverai il seguito di questo racconto (e di altri) nella prossima raccolta. Sì, assieme ai racconti stessi (mi pare ovvio 😉 ).