Quadri inquietanti e giochi disabitati

manichino su strada deserta
Immagini: OPF_DSC02580, di chelle, licenza: morgueFile free photo, e Doll_p, by Alvimann, licenza: morgueFile free photo. Modificate da P.L. Cartia.

Qualche giorno fa mi è stato scodellato da Google Alert, tra gli altri risultati, un articolo che mi ha incuriosito subito: De Chirico e Submachine – L’oggetto misterioso.

Qualcuno potrebbe dire: davvero non avevi nient’altro di più interessante da fare?

Domanda legittima.

Ma il fatto è che non ci si imbatte in simili articoli se, appunto, non si è prima creato un “alert” su misura.

Lo sanno bene tutti quelli che hanno interessi simili ai miei, oltre ai nerd di ogni genere.

Solitudine “inquietante”

Prima cosa che ho pensato di fronte al titolo: non ci avevo pensato, ma è chiaro che qualcosa in comune la devono avere, visto che mi piacciono così tanto entrambi.

L’articolo in particolare evidenzia le atmosfere dei quadri di De Chirico e quelle create dal gioco Submachine.

Parlando di immagini oniriche e spazi deserti, l’autore usa un aggettivo (in casi come questi) tipicamente ricorrente: “inquietante“.

A me succede non dico l’opposto, ma quasi. Le atmosfere di questo tipo, infatti, mi mettono a mio agio (lo so, la Terra non è il mio pianeta di origine. Anche se mi hanno dato il permesso di soggiorno).

Fin dalla prima volta che ho visto una riproduzione di un quadro di De Chirico (ovviamente a scuola, durante l’ora di storia dell’arte) mi hanno sempre attratto quegli elementi considerati “opprimenti”: gli spazi vuoti, i colori intensi, le figure non umane, l’immobilità di un ambiente senza vita.

Un importante punto di contatto menzionato nell’articolo è proprio la solitudine: non c’è presenza umana nei quadri di De Chirico.

Nella mia mente essi si associano alle immagini di rovine antiche in un deserto.

Altra cosa che mi piace.

Rovine “asettiche”, potrei dire, asciugate dal sole che dissecca qualsiasi vita – ma tiene lontani anche marciume, fantasmi e muffe.

Poi si parla di preponderanza degli oggetti: in De Chirico essi occupano il posto delle persone, e in Submachine, addirittura, la macchina ha preso vita e si riproduce ed estende come un cancro, in una situazione che è andata ben oltre la famigerata singolarità.

[Submachine] regna su un infinito spazio in cui il rapporto tra oggetti e umani è rovesciato, e l’unico suono che si sente, è il rumore di cigolii, muoversi di macchine, sinfonie non umane che corredano il quadro metafisico che è questo gioco.
—Federico Scarfò, De Chirico e Submachine – L’oggetto misterioso

Stranezze

Altro motivo è proprio l’originalità in sé dei vari elementi.

Forse il fatto che mi piace tanto la pittura metafisica (come anche quella surrealista) è connesso proprio al fascino che ha sempre avuto per me il particolare “strano” che emerge in uno scenario all’apparenza comprensibile. Un po’ come il magico nascosto nella realtà quotidiana.

Tutto questo è cominciato (che io ricordi) quando, a nove o dieci anni, in un libro per ragazzi ho visto raffigurato Natura all’alba (un quadro di Max Ernst).

macchina abbandonata
Immagine: PUMPKIN PATCH 073pp, by greyerbaby. Licenza: morgueFile free photo. Modificata da P.L. Cartia.

Solo dopo qualche istante – c’era scritto – ci si accorgeva che nessuno degli animali raffigurati esisteva realmente, e più lo si fosse guardato, più particolari “strani” si sarebbero notati.

Qualcosa di analogo mi è successo leggendo Borges: tanti suoi racconti mi risultavano quasi impossibili da descrivere perché pieni di elementi di difficile (per me!) classificazione.

Però mi perdevo volentieri nel groviglio di luoghi reali e immagini oniriche, simboli ricorrenti (specchi, labirinti, biblioteche), citazioni “vere” mescolate a riferimenti a libri immaginari.

Stessa cosa la potrei dire per Haruki Murakami (e lo Slipstream in generale).

Di Murakami ho letto, finora, solo 1Q84, e ciò che ho apprezzato (nonostante il fatto che l’abbia trovato spesso lento e prolisso) è esattamente questo: l’elemento soprannaturale mescolato alla quotidianità e magari non evidente a prima vista – che salta fuori dove e quando meno ci si aspetta.

Il non comprensibile che emerge sotto la realtà apparentemente normale.

In Submachine si mescolano tranquillamente macchine strane (solo in apparenza simili a quelle “solite”), antichi passaggi segreti e avveniristici portali, strutture architettoniche spezzettate tra dimensioni, loop temporali e spaziali, piante magiche e rovine Maya.

 L’atmosfera

Per me l’atmosfera che si riesce a trasmettere (in un film, un libro, in qualsiasi storia) è importante quanto la storia stessa.

Addirittura, in certi casi, lo è di più.

In effetti tante storie “di genere”, tolta l’ambientazione, potrebbero funzionare ovunque.

Per esempio in Star Trek – soprattutto nella Serie Classica – si possono trovare diversi temi in comune con i Western (non a caso il suo stesso creatore lo ha classificato come space Western).

Ci sono l’Ultima Frontiera, l’Eroe Senza Macchia e Senza Paura, i Cattivi-cattivi, i Nostri, gli Altri (e, perché no, la figlia del capo degli Altri), e così via.

Senza contare, naturalmente, quei “temi senza tempo” che dovrebbero rendere Star Trek qualcosa di più profondo di una storiella tutta avventure esotiche e scazzottate.

Ricordo un certo episodio della serie The Next Generation che mi piacque particolarmente proprio perché potevo farlo rientrare nella “fantascienza a tutti gli effetti”.

La trama, cioè, non si poteva trasportare in altri tempi o luoghi, e la risoluzione del problema era strettamente connessa a una determinata tecnologia e a un certo tipo di conoscenze.

Cosa che avveniva piuttosto di rado.

Ma, nonostante tutto, su questo non ci piove: per quanto prediliga la fantascienza come genere, certe ambientazioni sono in grado di farmi apprezzare una storia altrimenti banale più di qualsiasi altro suo elemento.

display rotto
Immagine: IMG_8825_edited-1, by aconant. Licenza: morgueFile free photo. Modificata da P.L. Cartia.

Infatti, per tornare all’esempio precedente, mentre posso apprezzare la serie classica di Star Trek (per datata che sia), sono pochi i generi che mi piacciono meno del western.

Più in basso, nella mia personale classificazione – basata sui tipi di reazioni allergiche che mi provocano – ci sono solo l’high fantasy (e i “cugini minori” young adult tutti profezie e prescelti), seguiti a breve distanza dallo splatter e dal rosa.

In altre parole: la differenza è solo nell’ambientazione.

Non so se sia una questione di “sense of wonder“, o semplice immaturità da parte mia. Né, dopotutto, la cosa mi interessa più di tanto.

Per sua stessa definizione, l’intrattenimento ha un solo scopo: quello di venire incontro ai nostri gusti – che possono essere personali quanto ci pare, e assurdi e contradittori quanto vogliamo.

Capita anche a voi di trovarvi a vostro agio in ambientazioni che normalmente dovrebbero mettere a disagio, o di apprezzare programmi/giochi/libri che nessun altro conosce?

Collegamenti:

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

l'Informativa Privacy


Place your text here


Ho letto e compreso i Termini d’uso, in particolare l'Informativa Privacy