Quarantadue

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La ricerca di un significato nascosto in ogni elemento della Biblioteca non ha portato, finora, a risultati degni di nota.

Si è pensato di controllare la pagina 42 di ogni libro, ma, a parte il tempo che ci vorrebbe (anche lavorando in team si supererebbe l’età dell’Universo) non è che una possibilità.

Si è pensato di leggere la 42-esima lettera di ogni riga nel 42-esimo libro di ogni sezione, o la 42-esima parola di ogni libro (procedendo in avanti o all’indietro, o seguendo un percorso basato su qualche serie o numero particolarmente interessante, tipo i primi o la serie di Fibonacci o le prime 42 cifre di phi o di pi-greco).

Ma si sono rivelate tutte idee dall’ingenuità disarmante.

E se, si chiese finalmente qualcuno, avessimo sbagliato tutto – se per trovare il famoso significato dovessimo leggere tra le righe?

Se invece del nero dovessimo considerare il bianco – gli spazi – oppure se ci fosse un significato nel numero delle pagine, nel tipo di carta, o nella copertina?

O – se è per questo – nella disposizione degli scaffali, nella struttura delle scale o addirittura dei due stanzini ai lati di ogni corridoio?

Chi può dirlo? Chi può dire qual è l’informazione e quale il rumore, quando non si sa che cosa si sta cercando?

Ridurre ai minimi termini – limitarsi all’essenziale – è spesso l’unica alternativa che abbiamo per poter costruire modelli utilizzabili. La nostra mente non può digerire pasti troppo complessi.

Ma se non si sa qual è la parte significativa, come si fa ad essere sicuri che non stava proprio in ciò che abbiamo scartato?

Senza contare che è tipico della mente umana individuare dappertutto uno schema – di solito proprio quello che ci si aspetta (che non è detto che esista). O magari ce n’è un altro molto più complesso, la cui visione viene così ostacolata.

Per esempio, dopo che Copernico disse che la stanza che tutti ritenevano il centro della Bibilioteca non lo era affatto, si scoprì che la legge che governava la disposizione delle stanze era diversa da quella pensata fino a quel momento.

E quando si cominciarono ad aprire gli occhi sulla struttura macroscopica della Biblioteca, si imparò ad essere un po’ più cauti nel trarre delle conclusioni.

Ma la modestia non viene quasi mai spontanea – è quasi sempre una scelta matura e consapevole – e quindi ancora oggi la cosa più facile è ricadere nel vecchio errore.

Così ogni tanto qualche nuova scoperta rivoluziona la nostra visione della Biblioteca, scuotendoci dal nostro autocompiacimento e obbligandoci a ridimensionarci.

Molti provano una sensazione di vertigine, all’idea dell’immensità della Biblioteca (per non parlare della Meta-biblioteca, o Multiverso che sia, ammesso che ci sia).

Io, invece, mi sento a mio agio.

Non so se a questo contribuisca la mia leggera forma di claustrofobia, o la mia avversione per le folle. Ma di sicuro preferisco l’idea che ci siano infiniti spazi a quella di essere grandi e stare stretti, battendo la testa contro un soffitto di cartapesta.

Se la realtà fosse una serie di programma, non vedrei l’ora di prendere la pillola rossa come Neo, o di stracciare il fondale come Truman, o perfino di uscire dall’ologramma e ritrovarmi a Flatlandia  – diventando un essere bidimensionale ma reale.

Ho sempre seguito Star Trek, ma solo perché aveva come argomento centrale l’esplorazione dell’Universo.

Cosa volevo di più? Semplice: il sense of wonder. E in Star Trek ne ho trovato molto poco – perlomeno quello che vorrei io.

Basti pensare alla quarta serie, in cui un’astronave si perde dall’altra parte della Galassia: i protagonisti non fanno che trovare le stesse cose che c’erano vicino a casa, senza nessun episodio che abbia come tema centrale – o perlomeno come elemento importante – il senso di mistero o di smarrimento di fronte all’ignoto.

Ebbene, in Star Trek c’è una razza di esseri semi-onnipotenti (i Q) il cui “parco giochi” – come essi stessi lo definiscono – è nientemeno che l’Universo.

Un Universo, per loro, talmente piccolo e soprattutto noioso che molti lo considerano una prigione insopportabile. Tanto è vero che uno di loro arriverà addirittura al suicidio: non c’è ragione di vita, per lui, una volta che si è esplorato tutto l’esplorabile. Non ha senso continuare a rileggere sempre gli stessi libri e sapere che non ce potranno essere di nuovi, perché la Biblioteca è, sì, inconcepibilmente grande, ma è anche finita.

Forse per noi il problema non si porrà mai. Può darsi che quella di arrivare a finire tutti i libri sia solo un’altra delle ingenuità tipiche della natura umana. E non solo perché occupare la parte “esplorabile” (o anche solo accedere alle stanze più lontane della Biblioteca) si troverebbe sempre di troppi ordini di grandezza al di là della nostra portata. Ma anche perché – mi piace pensare

“Il vero viaggio di scoperta non consiste nell’esplorare nuovi terre, ma nell’avere nuovi occhi” (Marcel Proust).

E quindi chissà quanti altri tipi di esplorazione ci aspettano, e quanti  mondi si trovano dove meno ci aspettiamo di trovarli.

“Nella fisica non c’è più niente da scoprire. Da fare restano soltanto misurazioni sempre più precise”.

Lo disse Lord Kelvin nel 1900. Tutti sanno delle due grandi rivoluzioni avvenute poco tempo dopo (e sanno anche che ne è stato della possibilità di fare “misurazioni sempre più precise”).

Oggi dobbiamo ammettere di non sapere, ancora, da cosa sia costituito il 90% dell’Universo. E la cosa mi piace.

Immagine “42 post-it”, di P.L. Cartia

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