Su e giù per l’Uncanny Valley

Perché l’horror?

zucca halloweenQuasi tutti, penso, siamo in qualche modo attratti dall’horror. Perché?

Una delle possibili spiegazioni, secondo alcuni, è il fatto che è catartico.

Non sono del tutto d’accordo – o, almeno, non mi sembra funzioni in questo modo per me.

D’altronde, a tanta gente piacciono le storie strappalacrime proprio per quello, mentre io non le sopporto. Non trovo niente di vero nel detto “mal comune mezzo gaudio”, a parte il dubbio piacere di essere felici delle disgrazie altrui, che non condivido.

Che sia solo l’euforia dello “scampato pericolo” (il semplice rilascio delle endorfine dopo una situazione di stress)? Direi che – almeno nel mio caso – questa spiegazione è la più plausibile.

Non amo particolarmente l’horror, ma se qualche volta mi attrae è perché può suscitare emozioni forti e contrastanti. E le emozioni ci fanno sentire più vivi. Se poi si può provare qualche emozione forte e contrastante seduti in un divano con un pacco di pop-corn invece che rischiando la vita, tanto meglio.

D’altronde, le storie paurose ci sono state utili fin dalla notte dei tempi.

Nel senso che, se nella preistoria attorno a un falò qualcuno si metteva a raccontare di esseri spaventosi nascosti nel buio, i bambini imparavano che andare in giro da soli nella foresta non era una grande idea – anzi era il modo migliore per finire sulla tavola di qualche predatore.

Non a caso la maggior parte delle favole tradizionali sarebbero classificate come gore al giorno d’oggi (ma dato che siamo tanto più civili rispetto ad allora, abbiamo il telegiornale per questo. Quindi forse non è male che i bambini si divertano con Walt Disney o i supereroi di plastica…).

Ma non divaghiamo.

Quindi, se oggi abbiamo la stessa motivazione (direi più che mai valida), impareremmo a riconoscere i segnali di pericolo più ovvi e a comportarci di conseguenza?

Be’, in effetti impareremmo a non comportarci mai come i tipici protagonisti delle storie horror (dove si può addirittura invadere il territorio del comico, nel senso che i protagonisti sono così idioti che servono a farci sentire intelligenti).

Altri vedono una storia horror come un incrocio tra una cautionary tale e una specie di autoanalisi:

We make up horrors to help us cope with the real ones. With the endless inventiveness of humankind, we grasp the very real elements which are so divisive and destructive and try to turn them into tools – to dismantle themselves (Stephen King, Danse Macabre)

“Costruiamo orrori per aiutare a convivere con gli orrori del reale. Con l’inventiva senza fine dell’umanità, afferriamo gli elementi che sono distruttivi e capaci di creare divisione e cerchiamo di trasformarli in strumenti perché alla fine si autodistruggano”

Eppure nessuna di queste spiegazioni è sufficiente, almeno per me (date le mie scarse conoscenze a riguardo), a spiegare del tutto il piacere del brivido.

Giù nella valle

Qualcosa di oggettivo quando si parla di questi argomenti a quanto pare c’è, tanto è vero che un certo Masahiro Morio, studioso di robotica, introdusse nel 1970 il concetto di Uncanny Valley.

In parole povere, la “valle” sarebbe una zona di brusco calo in un grafico della “familiarità” (empatia) creata da un oggetto in funzione della somiglianza che questo ha con la figura umana.

grafico uncanny valley
Nel grafico relativo a oggetti in movimento la regione dell’Uncanny Valley è l’unica al di sotto dell’altro grafico, e la valle stessa è molto più ripida. Immagine: “Mori Uncanny Valley”, di Smurrayinchester (translated version of File:Mori Uncanny Valley.svg) [GFDL or CC BY-SA 4.0-3.0-2.5-2.0-1.0], via Wikimedia Commons.
Come si vede, a un certo punto – superato un certo livello di somiglianza con l’essere umano – il grafico raggiunge un minimo: in altre parole, la gente esaminata provava un forte senso di disagio di fronte a figure quasi-umane-ma-non-proprio.

Ma sul perché certe cose siano universalmente inquietanti le spiegazioni variano.

Dall’istintiva avversione per la malattia (in quanto fonte di contagio o segno di scarsa fertilità) alla minaccia verso la nostra identità di esseri umani, alla diffidenza verso l'”altro” – inteso come ibrido in generale o anche come essere imprevedibile.

Di tutte, quella che preferisco è il fatto delle percezioni in conflitto. Ovvero, ci troviamo a disagio di fronte a qualcosa che non riusciamo a classificare chiaramente (tipo un robot molto simile a un umano, che però in qualcosa “tradisce” la propria natura).

Deve fare i conti con l’Uncanny Valley (d’ora in poi UV, e non leggete Ultravioletti) chiunque produca film di animazione , oltre –ovviamente – a chi crea robot umanoidi che devono interagire con il pubblico.girl-1433440_1280

Nei film di animazione spesso si sceglie di dare a certi personaggi caratteristiche marcatamente non umane per non rischiare questo effetto (fenomeni simili si sono in effetti presentati in passato con vari film, come ad esempio Polar Express e Final Fantasy).

Per quello che riguarda i robot, non so a che punto si sia arrivati – anche perché a suscitare questo senso di inquietudine non sono solo le caratteristiche fisiche, ma anche e soprattutto i movimenti.

Per esempio, pare che il robot Sophia abbia un viso molto espressivo e soprattutto parli in modo incredibilmente simile a una persona. E in effetti, in questa intervista, la battuta finale – umoristica o meno che sia – non è che sia proprio rassicurante. Ma per rendermene conto sul serio dovrei, appunto, averci a che fare di persona…

Naturalmente per chi vuole suscitare inquietudine, come appunto chi scrive storie horror, usare come riferimento l’UV può essere molto vantaggioso.

Per esempio si sa in partenza che una storia come Real Humans ha meno potenzialità rispetto a una storia di zombie.

Certo, non che si possa prescindere da un fattore determinante come l’abilità di chi crea la storia. Ma non si può prescindere neanche dalle esperienze soggettive.

A ognuno la sua paura

zucche parlantiOvviamente il grado con cui qualcosa ci spaventa o ci impressiona dipende in gran parte dalle nostre esperienze individuali.

Ricordo di aver intravisto, quando avevo tre o quattro anni, un paio di scene di un film che poi mi hanno perseguitato nei miei incubi.

Sì, naturalmente l’ho rivisto da poco, e mi ha fatto ridere.

Ma – per via delle impressioni che mi ha dato allora – ancora oggi trovo certe ambientazioni, se non proprio inquietanti, quantomeno sgradevoli. Così come altre, invece, mi sono indifferenti.

Un secondo esempio? Un’anziana conoscente di mia madre ha una casa talmente popolata di bambole che sembra uscita direttamente da qualche film. Ma per lei (che da piccola non aveva mai avuto una bambola) la sua casa è la realizzazione di un sogno.

Se il potere che qualcosa ha di finire in fondo all’UV dipende in gran parte dalle nostre esperienze soggettive, è possibile che l’effetto diminuisca con l’esposizione? Ovvero, si può creare assuefazione anche a ciò che è “universalmente” inquietante?

È vero, purtroppo, che nella vita ci abituiamo a parecchie cose che magari all’inizio trovavamo scioccanti: più esperienza accumuliamo più dura è la nostra scorza.

gatto e gufo
a chi possono fare paura?

Non per niente l’horror è tra i generi più difficili da scrivere.

A chi fanno paura, ormai, certi cliché triti e ritriti? E quindi il potere di tanti tipi di storie, letteralmente, si consuma col tempo.

In questo caso la valle potrebbe diventare una cunetta?

O invece ci saranno sempre nuovi elementi a occupare il posto di quelli vecchi – perché le condizioni della nostra vita (e quindi le nostre possibili esperienze) cambiano,  e perché, come umani, abbiamo sempre bisogno della paura?

Collegamenti

  • Pagina Wikipedia sull’Uncanny Valley
  • I Borg in Star Trek: un esempio di ibrido uomo-macchina con parecchi elementi dello zombie, ma che (a mio parere) è invecchiato male (con le cose datate, il passaggio da inquietante a ridicolo è purtroppo breve).
  • Post di Kristen Lamb sulla necessità dell’horror sia perché catartico, sia perché contribuirebbe a farci riconoscere (e affrontare) le nostre paure.
  • Hiroshi Ishiguro (i robot come specchio dell’umanità e la convinzione di poter un giorno ottenere IA autocoscienti). Tra l’altro, l’androide identico a lui forse ha superato la valle – almeno per me. Tempo fa avevo visto una sua intervista in cui raccontava che aveva messo il robot seduto in un bar e nessuno aveva notato che non era umano, e soprattutto che spesso teneva lezioni e assisteva a conferenze al posto suo (comandato a distanza). Ma, come per Sophia, per rendermi conto se è davvero così dovrei averci a che fare di persona.